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 L’analisi - Se i fondi nazionali energetici sono più forti di quel che sembrano
              di Stefano Casertano*
Roma, 19 ottobre – Noi occidentali siamo portati a pensare che i fondi sovrani nascano e si sviluppino come strumenti di aggressione finanziaria internazionale, mentre alla base della loro creazione risiedono spesso motivi squisitamente locali. È soprattutto il caso dei fondi sovrani (it.wikipedia.org) basati sulle esportazioni di idrocarburi: sono nati per ragioni di stabilizzazione dell’economia nazionale. Le riserve accumulate servono prima di tutto per limitare gli effetti della fluttuazione del prezzo delle materie prime. In alcuni casi, queste riserve possono eccedere il livello ritenuto sostenibile dalle istituzioni, e alcune tranche di investimento possono essere dedicate al panorama internazionale. I primi quattro fondi sovrani al mondo appartengono a questa categoria: si tratta di quelli degli Emirati Arabi, della Norvegia, dell’Arabia Saudita e del Kuwait.
L’altra categoria è rappresentata dai fondi nati per squilibri nel sistema internazionale del commercio e del debito. Paesi in grado di “risparmiare di più” hanno accumulato riserve, investite spesso in titoli di debito dei paesi meno virtuosi. È questo il legame che congiunge il fondo cinese China investment corporation ai buoni del Tesoro degli Stati Uniti. A parte Pechino, gli altri principali fondi di questa categoria sono quelli di Singapore, di Hong Kong e dell’Australia. I fondi appartenenti alla prima categoria sono legati principalmente all’andamento delle quotazioni degli idrocarburi, mentre i secondi dipendono dai rapporti economico-commerciali in generale.
Dopo la crisi di quest’anno, si prospetta al sistema mondiale una lunga fase di ricostruzione che cambierà molti dei rapporti tra potenze economiche. I fondi petroliferi diventeranno più importanti di quelli basati sulle riserve, perché le dinamiche di risparmio/debito attuali non sono più sostenibili. Parimenti, la brusca riduzione negli investimenti di sviluppo dei pozzi petroliferi potrebbe portare già nel 2011 a un aumento dei prezzi del petrolio. A quel punto, le eccedenze di cassa di paesi come Kuwait e Arabia Saudita potranno essere impegnate in nuovi e grandi investimenti.
È chiaro che i fondi sovrani arabi hanno un’agenda politica, e non solo finanziaria; ed è molto importante che i paesi che ospiteranno gli investimenti siano consci di chi stanno invitando in casa. Una strategia nazionale, per quanto certamente utile, non è sufficiente. Più delle pipeline russe, quel che deve preoccupare è cosa Mosca fa con i soldi del gas. Come evidenziato dal caso Opel/Magna, si rischia la lacerazione del tessuto politico europeo. Non si tratta di creare un “Fondo sovrano europeo”, ma un istituto permanente di monitoraggio e coordinamento degli investimenti esteri. Gli Stati Uniti, un’economia più piccola di quella europea, hanno fondato il loro “Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti” già nel 1975.

*Stefano Casertano (www.stefanocasertano.it) insegna “Economia e politica dell’energia” all’università di Potsdam in Germania. È autore per Francesco Brioschi Editore (www.brioschieditore.it) di “Sfida all’ultimo barile. Russia e Stati Uniti per il dominio dell’energia”
    
 
martedì 9 febbraio 2010