Montagna, scoppia il caso: oltre 1.300 comuni fuori dalla nuova classificazione
Il ministro Calderoli vuole aggiornare criteri “obsoleti” e contrastare la dispersione delle risorse pubbliche. “Così si uccide l’Appennino”, ribattono i sindaci. La Conferenza delle regioni chiede tempo per un’ulteriore analisi: Roma sposta la scadenza per l’accordo al 13 gennaio.
Arriva la nuova classificazione
dei comuni montani: la riforma ridisegna la geografia dei fondi e accende il dibattito. La legge nazionale sulla montagna (numero 131/2025) porta con sé una profonda revisione dei criteri che definiscono quali enti locali siano “montani”, con impatti su circa 1.357 amministrazioni – quasi un terzo del totale precedente – esclusi dalla nuova lista. La cifra emerge dal confronto tra i 4.201 comuni riconosciuti in passato e i 2.844 che risultano montani secondo i nuovi parametri governativi.
La novità più rilevante riguarda i criteri tecnici di classificazione. Per essere considerato montano, un comune dovrà rispettare tre requisiti principali: almeno il 25% di superficie sopra i 600 metri, il 30% di territorio con pendenza superiore al 20% o un’altimetria media di almeno 500 metri, oltre a essere circondato da aree di montagna. Parametri che, nelle intenzioni dell’esecutivo, mirano a concentrare le risorse sulle zone “autenticamente” montane.
La riforma, voluta dal ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, si propone di aggiornare criteri ritenuti “obsoleti” e di contrastare la dispersione delle risorse pubbliche. Ma il nuovo sistema – ribattono opposizioni e comuni tagliati – mette a rischio l’accesso a incentivi fiscali, servizi essenziali, fondi per trasporti e scuola, e misure contro lo spopolamento per molte comunità appenniniche e interne.
Che cosa chiede l’Uncem
Le regioni, molte dell’Appennino e alcune delle Alpi, hanno chiesto un supplemento di analisi. Così da evitare che, mentre viene fatta uscire Roma dai comuni parzialmente montani della precedente classificazione, entrino Reggio Calabria, o Cuneo, o Biella e resti Varazze. “Evitiamo ogni demagogia e semplificazione, privilegiamo invece complessità, analisi, inclusione”, è la posizione espressa in una nota dall’Uncem (Unione nazionale comuni comunità enti montani), associazione che rappresenta da oltre sessant’anni gli enti locali delle terre alte italiane. “Sulla classificazione dei comuni montani occorre evitare ogni scontro, frammentazione, divisione. Non possiamo permetterci rotture, difficoltà di dialogo, muri”, ha affermato il presidente Marco Bussone, ribadendo che criteri uniformi su tutto il Paese rischiano di smembrare realtà territoriali complesse e differenziate.
Forti critiche dalla Toscana
La reazione dei territori non si è fatta attendere. La Toscana, in linea con le altre regioni dell’Appennino, nella Conferenza unificata ha espresso la propria contrarietà al provvedimento, chiedendo di rivedere la proposta del ministro Calderoli i cui criteri vedrebbero il “declassamento” di molti comuni.
“Siamo di fronte a una riforma che rischia di essere altamente divisiva e penalizzante per l’Appennino”, ha detto il presidente toscano Eugenio Giani. Proseguendo: “Siamo concordi con la maggioranza delle regioni nel chiedere una significativa revisione di una norma che individua dei parametri e li applica in maniera rigida e non corretta. Dobbiamo trovare nel governo un alleato contro lo spopolamento, per la prevenzione dal rischio idrogeologico e su tutte quelle tematiche che valorizzano la montagna. Purtroppo non pare che questo provvedimento vada in questa direzione”.
La regione Toscana perderebbe con l’applicazione di questa riforma 67 comuni che verrebbero declassati. “Si rischia di creare una dicotomia inaccettabile e pericolosa tra Alpi e Appennini, dividendo il Paese; dicotomia che crea cittadini di serie A e di serie B”, aggiunge l’amministrazione Giani in una nota.
Senza giri di parole, la sindaca di Castel del Piano (Grosseto), Cinzia Pieraccini, definisce la proposta come “uno tsunami” per la montagna amiatina, temendo pesanti ricadute economiche e sociali per aree già fragili.
Gli altri territori
In Sardegna, Daniela Falconi, presidente di Anci Sardegna e sindaca di Fonni (Nuoro), ha affermato: “Se pensiamo alla nostra regione, non possiamo ridurre il concetto di montagna a un dato altimetrico o alla pendenza del territorio. Rischiamo di lasciare indietro intere comunità”.
“La proposta è irricevibile”, ha ribadito Davide Baruffi, assessore regionale dell’Emilia Romagna, intervenendo all’assemblea di Uncem, “così si tagliano il 40% dei comuni dell’Appennino emiliano romagnolo. Daremo battaglia in sede di Conferenza unificata”.
I prossimi passi
La nuova legge nazionale sulla montagna è stata pubblicata in “Gazzetta Ufficiale” il 19 settembre 2025 ed è entrata in vigore il 20 settembre. Tuttavia, parte delle norme operative – in particolare quelle che devono dettagliare criteri e modalità di applicazione delle agevolazioni – richiede ancora l’emanazione di decreti attuativi da parte del governo o dei ministeri competenti.
La Conferenza delle regioni non ha ancora trovato un’intesa sui criteri e ha chiesto tempo per una ulteriore analisi, tanto che il ministro Calderoli ha spostato la scadenza per l’accordo al 13 gennaio.

