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Economia circolare. Lo studio Polimi: in Italia risparmi per 18 miliardi l’anno

where Rimini when Mar, 11/11/2025 who roberto

Dopo il rallentamento, il 2025 vede un rinnovato slancio delle imprese. I dati dell’Energy&Strategy Polimi School of Management. Sondaggi fra le persone e fra le aziende. Il 60% dichiara di conoscere l’economia circolare, ma i dati concreti dicono altro. La bioeconomia e i numeri delle startup.

Nel 2025 l’impatto stimatocircular-economy-polimi.jpg dell’economia circolare in Italia si traduce in un risparmio di 18,3 miliardi di euro all’anno, in crescita rispetto al 2024 (16,4 miliardi) ma ancora pari solo al 15% del potenziale, che al 2030 è previsto a 119 miliardi di euro: per coprire i 100 miliardi mancanti ne andrebbero risparmiati altri 17 ogni anno, con un volume di investimenti pari a quasi 10 volte quello di oggi.

Sono alcuni dei dati contenuti nel Circular Economy Report 2025 di Energy&Strategy-Polimi School of Management, presentato a Ecomondo, dopo il rallentamento nell’adozione di pratiche di economia circolare che nello scorso biennio ha caratterizzato le nostre imprese, frutto anche di “aggiustamenti” nelle politiche italiane ed europee, il 2025 ha segnato un sostanziale rasserenamento del quadro complessivo e un rinnovato slancio verso la circolarità.
Stando a un’indagine su un campione rappresentativo di 320 imprese in 10 settori produttivi, il grado di maturità media nell’adozione dell’economia circolare è di 3,1 su 5, mentre nel 2024 era di 2,2. Infatti, nell’ultimo biennio si è assistito a un consolidamento delle pratiche circolari (il 49% è di attuazione recente) e alla crescita delle aziende intenzionate a introdurle (dal 24% al 34% in un anno), così come sono in progressivo aumento gli investimenti.

Lo stato dell’arte
Anche in Italia lo stato di attuazione del cronoprogramma della strategia italiana sull’economia circolare è stato integrato con nuovi obiettivi e aggiornato nelle tempistiche, in particolare per i criteri ambientali minimi, e prosegue la realizzazione dei progetti faro di economia circolare con 600 milioni di euro a disposizione, di cui oltre 400 già allocati.

Sondaggio fra le persone
Ma se le aziende stanno cominciando a prendere coscienza dei benefici della circolarità, i consumatori finali che grado di consapevolezza hanno? Per la prima volta è stato realizzato da E&S con Doxa un sondaggio su circa 3mila individui, calibrati per genere, età e distribuzione territoriale. Il 60% dei rispondenti dichiara di conoscere l’economia circolare (solo il 7% non ne ha mai sentito parlare), di applicarla nella quotidianità e di attribuirle un’importanza pari a 4,2 su 5: questo vale, a sorpresa, soprattutto per la fascia più anziana, tra i 65 e i 75 anni, mentre tra i ragazzi di 18-24 anni la percentuale di chi la considera estremamente importante scende al 39%.
Quando però si va a sondare chi effettivamente metta in pratica comportamenti circolari, la situazione si capovolge: sono i giovani tra i 18 e i 34 anni quelli più inclini a sperimentare nuove forme di utilizzo come sharing (8%), noleggio (6-7%), acquisto di usato o ricondizionato (fino al 18%), anche se la motivazione resta perlopiù economica, mentre la preferenza per il prodotto nuovo cresce con l’età, raggiungendo quasi il 60% tra i 55-75 anni. Vi è dunque un notevole scollamento tra il dichiarato e l’agito: l’acquisto di nuovo è ancora la scelta prevalente in quasi tutte le categorie, soprattutto per i grandi elettrodomestici (70%), i piccoli elettrodomestici (61%) e l’arredamento (57%). Tuttavia, nei prodotti tecnologici il ricondizionato raggiunge il 26% e nel settore auto e moto l’usato è pari al nuovo (36-37%). Inoltre, solo 1 cittadino su 4 si sente pienamente responsabile dell’impatto dei propri acquisti e la fiducia media nelle aziende che dicono di attuare pratiche circolari si attesta a 3,3 su 5, confermando che trasparenza e comunicazione dei benefici rappresentano condizioni essenziali per proseguire nel percorso verso la circolarità.

Non tutti lo sanno
L’indagine sottolinea anche una limitata conoscenza dei risultati positivi dell’Italia nel panorama di economia circolare: infatti, mentre se si parla dei primati del nostro Paese in ambito industriale e culturale, come la massiccia presenza di siti Unesco, nessuno si sorprende, le affermazioni sull’economia circolare e sulla sostenibilità sono accolte con scetticismo. Solo il 20% degli intervistati sa che l’Italia è prima in Europa per il riciclo dei rifiuti e quasi il doppio non lo ritiene credibile; appena il 17% conosce il nostro ottimo posizionamento, certificato a livello di Commissione Europea, nell’economia circolare globale e il 47% la ritiene credibile, mentre il 35% no. Rigeneriamo il 98% degli oli minerali usati, lo sa meno di 1 rispondente su 6, il 48% ci crede e il 35% no.
Questa percezione si riflette anche nella comprensione limitata del concetto di circolarità che viene spesso ridotta solo al riciclo dei materiali (22% degli intervistati) e al recupero energetico, oppure al riutilizzo di oggetti e materiali (20%). Solo pochi fanno riferimento a pratiche più sistemiche come riparazione, riprogettazione e condivisione.

Sondaggio tra imprese
E&S ha condotto una survey sullo stato dell’economia circolare in Italia, intervistando un campione rappresentativo di 320 imprese appartenenti a dieci settori produttivi: il grado di maturità media nell’adozione di pratiche circolari è passato da 2,2 nel 2024 (2,1 nel 2023) a 3,1 su 5 nel 2025. 
Anche la misurazione delle performance circolari si sta diffondendo in modo significativo, suggerendo una maggiore consapevolezza, pur favorita dalla nuova normativa: se nel 2024 solo l’8% delle imprese monitorava la propria circolarità, nel 2025 la quota sale al 30%, con un ulteriore 37% che prevede di introdurre strumenti di valutazione nei prossimi anni (era il 4%). L’adozione di standard internazionali e della norma UNI/TS 11820 si sta consolidando, sebbene con tempistiche diverse a seconda della dimensione aziendale. La transizione verso modelli circolari si accompagna a un progressivo aumento degli investimenti. Infatti, se tra le imprese che hanno sostenuto spese dedicate la maggior parte ha destinato un budget contenuto o intermedio, la percentuale che si colloca tra i 50mila e i 150mila euro è passata dal 20% del 2024 all’attuale 43%, mentre al contrario chi si è mantenuto al di sotto della soglia dei 50mila euro è sceso da quasi la metà al 33%. Solo il 16% ha investito tra 150mila e 250mila euro, appena l’8% ha superato i 250mila euro. 
Questi dati suggeriscono che gli investimenti di larga scala sono ancora rari, limitati a imprese di grandi dimensioni o a settori particolarmente capital-intensive. La maggior parte del tessuto produttivo sembra affrontare la transizione circolare con approcci incrementali, preferendo introdurre gradualmente le pratiche per valutarne l’efficacia e ridurre i rischi.

Il ciclo biologico
Il Circular Economy Report 2025 contiene altri due nuovi approfondimenti, sul cosiddetto ciclo “biologico” dell’economia circolare e sulla nascita di nuove imprese legate alla circolarità.
La bioeconomia svolge un ruolo cruciale in settori chiave come l’agroalimentare, la silvicoltura e la bioindustria e l’Italia sta promuovendo politiche e strategie per favorirne lo sviluppo, come la Strategia Italiana per la Bioeconomia e il Piano di Implementazione 2025-2027. In questo ambito, la bonifica e la rigenerazione dei suoli sono fondamentali per il recupero dei terreni contaminati, mentre l’adozione di tecnologie avanzate potrebbe offrire soluzioni economiche e sostenibili per il loro ripristino.
Il numero totale di siti oggetto di bonifica in Italia ammonta a 36.814, distribuiti in modo eterogeneo su tutto il territorio nazionale, con in testa Lombardia (11.476 procedimenti), Toscana (4.779), Campania (3.772) e Veneto (3.009). Le bonifiche in corso sono 17.340, di cui circa il 60% ancora nella fase iniziale di attivazione e solo il 18% già in quella operativa, con azioni concrete o di messa in sicurezza. Si tratta quindi di un percorso ancora lungo, ma con un elevato potenziale.
Parallelamente, va segnalato lo sviluppo dell’industria che si occupa della valorizzazione della biomassa: oltre alle applicazioni energetiche, è in grande crescita anche in Italia il comparto delle bioraffinerie, che trasformano la biomassa in sostanze chimiche e materiali biobased, tra cui polimeri, cosmetici e farmaceutici.
 
Le startup
Una parte del rapporto è infine dedicata alle startup attive nel mondo dell’economia circolare in Italia: ne sono state mappate nel 2025 circa 150, distribuite in maniera disomogenea e fortemente concentrata nel Centro-Nord. La Lombardia da sola ne ospita oltre il 30%, seguono Emilia-Romagna (11%), Piemonte (10%), Veneto e Puglia (7% entrambe).
Si tratta di strutture snelle, con un’alta variabilità dei risultati economici: circa la metà opera ancora senza dipendenti diretti (44% nel ciclo tecnico, 61% nel ciclo biologico), avvalendosi di collaborazioni con liberi professionisti o consulenti esterni che contribuiscono in modo significativo allo sviluppo delle attività, mentre più del 30% è organizzata in piccoli team, che tuttavia non coinvolgono più di cinque dipendenti (34% nel ciclo tecnico, 32% nel ciclo biologico).
Complessivamente, le startup del ciclo tecnico hanno ottenuto tra il 2020 e il 2025 più di 15 milioni di euro di finanziamenti dichiarati, al contrario di quelle del ciclo biologico che non superano i 2 milioni.
Il venture capital emerge come la fonte di finanziamento dominante (95% nel ciclo tecnico), mentre la presenza di equity crowdfunding e debt funding resta marginale. Forse è ancora poco per parlare di un vero e proprio ecosistema dell’innovazione circolare in Italia, ma di certo sono segnali di crescente interesse.

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