Cleantech. La nuova industria italiana vale 57 miliardi, ma mancano i tecnici
Le tecnologie pulite sono un motore strategico per la crescita del Paese. Si stima che possano arrivare a fatturare 87 miliardi (+53%) entro il 2030, dando lavoro a 173mila persone. Ma lo studio del Politecnico di Milano avverte: il sistema formativo si deve adeguare e occorre una normativa certa.
Cinquantasette miliardi di euro
di fatturato, con 25 miliardi di valore aggiunto, di cui 12 diretti e 13 nell’indotto di prossimità. Sono questi i numeri del comparto cleantech generato dalle imprese industriali italiane, che hanno risposto bene alla sfida della transizione energetica. È quanto emerge dallo studio “L’Italia delle cleantech: investimenti, occupazione, lavoro” dell’Energy & strategy group della School of management del Politecnico di Milano. Lo studio analizza le filiere delle tecnologie pulite, dalla produzione di componenti fino alle attività di gestione e manutenzione degli asset, includendo nei conteggi settori come la generazione elettrica da rinnovabili, pompe di calore residenziali e industriali, tecnologie per lo stoccaggio elettrico e l’adeguamento della rete, colonnine di ricarica per veicoli elettrici, cavi, inverter, fino ai sistemi per l’efficientamento energetico e per il riciclo e il riuso dei materiali.
Oggi gli addetti sono 130mila
Il potenziale di crescita è notevole: proiettando le curve attuali, si stima che le imprese italiane del settore, con un adeguato contesto normativo e strategico, arriveranno a fatturare 87 miliardi di euro al 2030 (+53% rispetto a oggi), attivando 33 miliardi di valore aggiunto complessivo. Le filiere cleantech impiegano oggi 130mila addetti diretti, tra professionisti, tecnici e operai, destinati a diventare 173mila entro il 2030 (+33% in cinque anni). Questa crescita occupazionale richiede competenze in continua evoluzione: un fabbisogno di manodopera e di formazione per cui manca adeguata risposta dal sistema educativo e formativo.
Dall’efficienza alla mobilità
Il contributo più significativo arriva dall’efficienza dei consumi e delle risorse, un aggregato che da solo raggiunge 42,4 miliardi di euro di mercato. All’interno di questa categoria, l’efficienza energetica residenziale, quella industriale, le pompe di calore e l’economia circolare rappresentano comparti maturi e in forte trasformazione. Queste filiere – rivela lo studio – generano 37,5 miliardi di euro di ricavi per le aziende italiane, con un valore aggiunto diretto di oltre 9,1 miliardi. Ancora più rilevante è l’impatto sul resto dell’economia: l’indotto attivato da efficienza ed economia circolare produce 40,4 miliardi di euro di fatturato e 11,3 miliardi di valore aggiunto indiretto, grazie a una filiera che mobilita fornitori, tecnici, progettisti, servizi e manifattura distribuiti in tutte le regioni italiane. A questi numeri va poi aggiunto il beneficio economico portato dai risparmi di energia e di risorse, che rende ancora più significativo il loro impatto.
Il secondo grande ambito è quello della generazione da fonti rinnovabili e della produzione di vettori energetici puliti. Qui il mercato ha un valore attuale di oltre 10 miliardi, generando 7,1 miliardi di ricavi nazionali, 2,1 miliardi di valore aggiunto diretto e un indotto che ammonta a 6,1 miliardi di fatturato e 1,7 miliardi di valore aggiunto. Il fotovoltaico e l’eolico continuano a rappresentare la quota più ampia degli investimenti, ma un potenziale significativo per i prossimi anni risiede nello sviluppo del biometano e degli elettrolizzatori per la produzione di idrogeno verde.
Infine, il comparto delle infrastrutture, che comprende sia le reti di trasmissione sia i sistemi di accumulo e le infrastrutture di ricarica per la mobilità elettrica, vale 4,5 miliardi.
La dinamica degli investimenti nei prossimi anni dipenderà in larga parte dalla diffusione dei veicoli elettrici, dall’avvio del mercato della capacità di accumulo, e dagli interventi di rafforzamento delle reti elettriche, indispensabili per integrare volumi crescenti di energia rinnovabile.
Se, complessivamente, queste tre macro aree generano un mercato da 57 miliardi e un valore aggiunto pari a 25 miliardi, guardando al futuro il potenziale stimato al 2030 raggiunge 87 miliardi di mercato e 33 miliardi di valore aggiunto complessivo (17 diretto e 16 indiretto), una prospettiva realizzabile solo in presenza di condizioni abilitanti chiare: certezza normativa, autorizzazioni rapide, sostegno agli investimenti strategici e sviluppo di filiere nazionali nelle tecnologie emergenti.
Le figure introvabili
A questa crescita, però, si accompagna la difficoltà delle imprese nel reperire molte delle figure professionali necessarie. La ricerca mostra come ingegneri elettrici ed elettronici, tecnici installatori, manutentori specializzati e operatori qualificati degli impianti già oggi scarseggino. Per alcune professioni tecniche, le imprese segnalano livelli di difficoltà di reperimento superiori al 70%, un dato che rischia di rallentare la diffusione delle tecnologie pulite e di limitare la capacità del settore di crescere secondo gli scenari più ambiziosi.
È uno dei paradossi del momento: mentre le cleantech rappresentano una filiera con una prospettiva di crescita stabile nel medio e lungo periodo, il sistema formativo fatica ad alimentare un flusso adeguato di competenze.
Il commento
“La direzione è chiara: le cleantech non rappresentano solo una condizione necessaria per raggiungere gli obiettivi climatici, ma sono un’opportunità industriale ed economica per il Paese”, afferma Davide Chiaroni, responsabile scientifico della ricerca (nella foto). “Parliamo di filiere con un potenziale di sviluppo enorme, in grado di generare investimenti, valore e occupazione in tutto il territorio nazionale. Per questo diventa fondamentale agire sulla certezza normativa, elemento senza il quale le imprese non possono pianificare con orizzonti adeguati”, conclude l’esperto.
Nella foto, Davide Chiaroni, responsabile scientifico della ricerca (ufficio stampa Polimi School of Management)


